Diapositive in bianco e nero.

Con questo breve articolo intendo dare le basi pratiche per ottenere diapositive in bianco e nero partendo da una comune pellicola.

In rete esistono ovviamente già diversi articoli in merito, ma nessuno tratta l’argomento come piace a me; lo stesso Ghedina nel suo fotoricettario, tratta l’inversione in modo conciso senza approfondire le questioni tecniche, accennando l’uso di determinati prodotti ma senza ulteriori spiegazioni. Se per un esperto queste nozioni sono superflue, per chi inizia, affascinato dalla forza emotiva di una diapositiva in bianco e nero, le variabili sono tante e ci si può letteralmente perdere nel procedimento, sprecando materiali e tempo senza arrivare ad un risultato certo e ripetibile.

L’applicazione di questo procedimento e lo studio che richiede permettono di conoscere le pellicole usate con molta precisione, molto più che applicando pedissequamente i tempi dei bugiardini oppure ricercare quelli preconfezionati su devchart, che è una inutile raccolta di tempi di sviluppo suggeriti per ottenere non si sa bene quale tipo di risultato.

E’ importante quindi comprendere prima di tutto come si forma l’immagine sul negativo e come sia possibile che coesistano sul supporto l’immagine negativa, che dovrà essere eliminata e quella positiva, che dovrà essere sviluppata.

Senza entrare nel dettaglio delle complesse trasformazioni chimiche, per le quali rimando alla bibliografia, traccerò linee guida chiare ed essenziali per comprendere il procedimento.

La cosa più importante da sapere è che nel momento in cui scattate la vostra foto, entrambe le immagini coesistono sulla pellicola impressionata, sia la negativa, sia la positiva.

Gli alogenuri d’argento colpiti dalla luce modificano la struttura chimica creando infinitesimi centri di sviluppo di argento metallico, che la successiva operazione di sviluppo chimico amplificherà, aumentandone la quantità, di milioni di volte.

L’argento metallico quindi, che si presenta fisicamente nero, crea l’immagine negativa perché dove la luce lo ha colpito annerisce in modo proporzionale all’intensità della luce ricevuta, grazie all’azione riducente dello sviluppo.

Quindi le zone più luminose della scena saranno quelle più nere sul negativo.

E l’argento che non ha ricevuto luce?

Esso continua a rimanere sulla pellicola e verrà lavato via dal bagno di fissaggio che tramite l’azione del tiosolfato di sodio (o di ammonio) o altro sale chimicamente equivalente, verrà trasformato in un composto complesso argento-tiosolfato solubile in acqua, e lavato via al termine del trattamento.

Quando le foto vengono sviluppate per ottenere il negativo, l’immagine positiva viene cancellata chimicamente altrimenti, sotto l’azione della luce, potrebbe successivamente annerire velando il negativo, che è ciò che succede quando il bagno di fissaggio è esausto, generando negativi lattiginosi, che devono quindi essere rifissati con prodotto fresco.

Ora è importante chiarire che la distribuzione dell’argento esposto è l’inverso di quello non esposto: se per ipotesi una zona del negativo ha ricevuto il 50% di luce rispetto all’annerimento massimo, esisteranno in quella zona le stesse proporzioni di argento esposto e non esposto, ma se un’altra zona ha ricevuto il 30% di luce, esisterà nella stessa zona il 70% di emulsione che non ha ricevuto luce, e così via.

Grazie a questa proporzionalità inversa, l’esposizione dell’immagine negativa determina anche la formazione dell’immagine positiva.

Da ciò seguono tre importantissimi concetti:

La luce della seconda esposizione non deve essere dosata come quando si espone la foto con la fotocamera perché l’argento non esposto è presente già nelle percentuali inverse in cui quello esposto è stato colpito dalla luce e poi eliminato; l’immagine quindi è già formata a seguito della prima esposizione mentre la seconda esposizione dovrà impressionare a fondo tutto l’argento non esposto rimasto.
Non c’è quindi un eccesso di argento che potrebbe annerirsi e rovinare l’immagine a seguito di una esposizione eccessiva.
Il secondo sviluppo, di conseguenza, deve essere completo perché i grigi ed i neri sono determinati dalla quantità di argento rimasto che è inversamente proporzionale alla luce ricevuta in fase di ripresa, mentre le luci della diapositiva saranno determinate dall’entità dello schiarimento.

L’esposizione è il fattore critico del processo, insieme allo schiarimento.

Quindi il procedimento è incentrato sull’eliminazione completa dell’immagine negativa, e sullo sviluppo di quella positiva rimasta.

Ciò si ottiene chimicamente con operazioni selettive che lavorano rispettivamente sull’argento esposto e poi su quello non esposto.

Il concetto di “sviluppo completo” deve essere compreso in tutti i suoi aspetti, perché l’eccessivo prolungamento degli sviluppi può causare velo chimico nonostante la presenza di additivi antivelo, quindi non si deve procedere per tempi eccessivamente lunghi, o aumentare troppo l’energia dei bagni, altrimenti poi si dovrà eliminare il velo con bagni di sbianca del farmer, che sono difficili da gestire e che eliminano il dettaglio rapidamente. La sbianca col ferricianuro deve essere considerata l’ultima spiaggia in caso di errore nella procedura se si vuole recuperare l’immagine a tutti i costi.

Viceversa uno sviluppo insufficiente (breve, o troppo diluito) darà luogo ad immagini sbiadite.

Meglio ottenere la diapositiva perfetta con una procedura sperimentalmente collaudata.

La durata di tutte le operazioni descritte deve essere determinata sperimentalmente perché non è possibile prevederla a priori, né basarsi su tabelle che non siano frutto di esperienza specifica. E queste tabelle non esistono, chi esegue queste lavorazioni si guarda bene dal diffonderle, perché costano care in termini di tempo e materiali.

Per evitare di sprecare troppi rulli, visto che la sperimentazione deve essere lunga, è consigliabile usare una fotocamera senza traino motorizzato, in questo modo sarà possibile impressionare 3-4 fotogrammi e poi aprire al buio il dorso della macchina per estrarre il rullo tagliando lo spezzone impressionato ed avvolgendolo sulla spirale di sviluppo. In questo modo da un rullo di 36 pose è possibile ottenere 4/5 spezzoni e con due rulli solitamente si possono fare tutte le prove per arrivare ad impadronirsi del procedimento.

C’è da dire però che a parità di volume usato per le preparazioni è cosa diversa sviluppare un rullo intero, oppure uno spezzone. I tempi ottenuti con lo spezzone andranno comunque aggiustati con l’esperienza, perché il rullo intero esaurisce prima i bagni.

Le tabelle che fornirò a completamento di questo articolo sono state ottenute proprio con il metodo descritto, e potranno fornire una valida base di partenza per sperimentare altre pellicole diverse da quelle che ho adoperato io; ho riscontrato infatti che pellicole di sensibilità similare necessitano di tempi praticamente uguali, può cambiare molto il tempo di schiarimento che è il fattore critico di tutto il processo di inversione.

Come saggiamente scrisse Ghedina sul fotoricettario, sarebbe bene usare materiale specifico predisposto per l’inversione, perché usare pellicole normali comporta dover fare lunghi esperimenti per calibrare il processo. Ma oggi questo materiale non esiste più (a parte gli ultimi lotti di Agfa Scala).

Perché questa precisazione?

Perché il materiale specifico prodotto per l’inversione ha uno strato di gelatina più sottile che permette alle luci di emergere con facilità rendendo in certi casi la fase di schiarimento molto breve; in ogni caso però anche il materiale appositamente concepito richiede sperimentazione, quindi occorre armarsi di pazienza e fare le prove.

Quali sono le fasi del procedimento?

Secondo Ghedina occorre procedere in questo modo ( i dettagli sulle formule saranno dati in seguito):

1. Primo sviluppo.

E’ uno sviluppo molto vigoroso, in ambiente fortemente alcalino, da condurre a fondo per raggiungere il gamma infinito, ossia la massima densità di annerimento.

Lo scopo di questo sviluppo è di fare annerire a fondo tutto l’argento colpito dalla luce, in modo da eliminarlo con il bagno successivo.

E’ una fase delicata perché se l’azione non è sufficientemente energica si avrà poi una densità dei neri insufficiente, a causa della permanenza di argento esposto che andrà a velare le luci della diapositiva.

Questo sviluppo deve contenere anche un solvente dell’alogenuro, in modo da assottigliare leggermente lo strato di argento, facilitando l’azione del terzo bagno, tuttavia per alcuni tipi di pellicola il solvente dell’alogenuro va eliminato per evitare di indebolire troppo l’immagine, in particolare per le pellcole a bassissima sensibilità.

Il solvente ha anche azione antiossidante nei confronti dei principi attivi (idrochinone e metolo) e siccome assottiglia lo strato di argento, provoca anche diminuizione di sensibilità, di cui bisogna tenere conto.

Nel caso in cui si decida di non aggiungere il solvente, bisognerà tenere conto invece della veloce ossidazione dello sviluppo, e di conseguenza prepararlo ed usarlo immediatamente.

Se l’azione del solvente (solitamente solfito di sodio) fosse eccessiva, la densità generale sarà bassa, se invece è insufficiente si avra una velatura delle luci.

Allo stesso scopo è indispensabile aggiungere al primo bagno un agente antivelo, quale ad esempio il bromuro di potassio, per evitare che lo sviluppo fisico dovuto al trattamento energico e prolungato possa anch’esso velare le luci.

La durata del primo sviluppo non è essenziale ma va comunque determinata sperimentalmente per ottenere l’annerimento ottimale, solitamente 10-16 minuti.

Dopo il primo sviluppo è opportuno un breve lavaggio (2 minuti) seguito da un bagno di arresto acido di 30 secondi che secondo Ghedina “pulisce le luci” e sopratutto non inquina irreparabilmente la sbianca, permettendone il riutilizzo.

E’ preferibile il breve lavaggio prima dell’arresto per evitare che l’ambiente fortemente alcalino esaurisca immediatamente l’arresto stesso rendendolo irrecuperabile; alcune pellicole non gradiscono il forte sbalzo di pH tra il primo sviluppo e l’arresto (o la sbianca), di conseguenza è richiesto un lavaggio di almeno 5 minuti per evitare la formazione di bollicine nell’emulsione.

2. Sbianca.

Questa fase ha lo scopo di ossidare fortemente tutto l’argento esposto e sviluppato, in modo da poterlo lavare via e lasciare sulla pellicola soltanto l’argento non esposto.

Usando il bicromato di potassio bastano 2-3 minuti, con il permanganato di potassio invece ne occorrono 5, ma la gelatina si indebolisce e richiede un trattamento indurente con allume di cromo o sostanze simili.

Al termine di questo procedimento si può operare alla luce senza problemi. Dopo la sbianca la pellicola avrà un colore giallo-zabaglione ed è obbligatorio un lavaggio di almeno cinque minuti per eliminare la colorazione gialla il più possibile.

Per pellicole speciali come la scala, dopo la sbianca l’immagine positiva è già quasi ottimale, con le luci chiare e pulite, ed è un piacere particolare aprire la tank ed osservare le immagini formate dall’emulsione ingiallita dal bicromato.

L’argento esposto viene dissolto nella sbianca, che assume via via una colorazione più scura. Quando la sbianca diventa verde è da sostituire.

La fase di sbianca è bene sia condotta a temperatura bassa (18°C-20°C) per evitare l’indebolimento della gelatina. In caso di temperatura ambientale elevata è bene attrezzarsi per refrigerare i bagni tenendo le soluzioni in una vaschetta con acqua e ghiaccio. Io adopero una sviluppatrice jobo inserendo nella rastrelliera portabottiglie un paio di mattonelle termiche da campeggio.

3. Schiarimento.

Questa è la fase in cui si assottiglia lo strato di argento in modo da permettere alle luci di emergere per avere una diapositiva non troppo densa.

E’ la fase più difficile perché va calibrata con attenzione, e bisogna allenare l’occhio per capire quando si è arrivati al punto giusto. Può essere condotta alla luce, in modo da osservare attentamente quando si arriva al punto di schiarimento adeguato che si determina osservando la decolorazione da giallo zabaglione a giallo molto chiaro; le zone più luminose devono diventare quasi trasparenti. Ed è il “quasi” che è molto difficile da determinare. Un trucco essenziale consiste nello scattare l’ultimo fotogramma con mezzo cielo, in modo che sulla spirale sia più facile valutare lo schiarimento; i fotogrammi interni infatti non sono visibili perché le spire sovrapposte non fanno passare abbastanza luce, e diventa difficile vedere fisicamente lo schiarimento, mentre sull’ultimo fotogramma, che sulla spirale è il primo, l’osservazione è agevole; però bisogna che tale fotogramma contenga zone di luce sulle quali osservare l’andamento dello schiarimento.

Certi materiali, come l’agfa scala, avendo uno strato di emulsione più sottile, richiedono schiarimenti molto brevi.

Infine il bagno di schiarimento, che si colora di giallo al termine dell’operazione, ripulisce la gelatina dalla colorazione gialla della sbianca evitando che si sommi al nero dell’argendo dando un’eccessiva intonazione marrone al supporto.

Successivamente, una volta scoperto il tempo corretto, si può standardizzare il procedimento senza dover operare a vista.

Anche questa fase è sensibile alla temperatura, che dovrà quindi essere controllata (tra 20° e 24°)

E’ importante standardizzare il procedimento perché le variabili sono tante, altrimenti si rischia di perdere molto tempo.

Un eccesso di schiarimento rende le diapositive troppo chiare e distrugge il dettaglio.

La formula che uso io non è quella di Ghedina, basata sul bisolfito di sodio, è più energica e permette trattamenti brevi (da 30 secondi a pochi minuti), tuttavia può essere troppo energica per certi tipi di pellicole, imponendo tempi così brevi da non poter essere gestiti; in questo caso occorre diluire il bagno.

Anche in questo caso un breve lavaggio al termine è utile per non maneggiare la spirale intrisa di schiarimento durante la seconda esposizione

4. Seconda esposizione.

Ora che l’argento esposto è stato eliminato, e che lo strato di emulsione è stato assottigliato e ripulito in modo da far emergere le luci, occorre dare luce alla pellicola, in modo impressionare l’argento non esposto per poter formare una nuova immagine, che poi sviluppata sarà il nostro positivo. E’ sufficiente esporre la pellicola alla luce di una lampada da 100-150W circa 3 minuti per ogni lato della spirale (meglio usare le spirali trasparenti jobo). Da evitare l’uso di lampade fluorescenti o “risparmio energetico”, l’emissione spettrale spostata verso il blu con buchi nel rosso potrebbe impressionare la pellicola in modo non adeguato. Meglio usare una lampada ad incandescenza.

Ghedina addirittura consiglia una lampada da 500W, ma il calore sviluppato è enorme, a mio avviso conviene usare potenze inferiori per un tempo maggiore.

Io uso una lampada da 250W opalina da ingranditore.

Al termine della esposizione l’emulsione vira dal giallo chiaro al violetto tenue o grigio, a seconda del materiale usato.

Bisogna che la pellicola resti umida per evitare chiazzature, se la temperatura ambientale è elevata c’è il rischio che nel tempo di esposizione la pellicola possa parzialmente asciugare. In questo caso occorre tenere la spirale a bagno in acqua ed illuminarla uniformemente sui due lati.

5. Secondo sviluppo.

Anche questo sviluppo deve essere condotto a fondo, ma con minore intensità e senza rinforzo alcalino, altrimenti si rischia la velatura delle luci. Normalmente 5 o 6 minuti sono sufficienti, ma a seconda del materiale il trattamento può essere più lungo.

Poi si procederà ad un lavaggio di almeno dieci minuti, trattamento con imbibente ed essicazione.

Esiste anche la possibilità di combinare gli ultimi due passaggi riunendoli in uno solo tramite velatura chimica, che sostituisce l’argento con zolfo, tramite tiocomposti, ma in generale questi procedimenti danno luogo ad una colorazione marrone del supporto e non nera.

Opzionalmente poi è possibile eseguire un indurimento della gelatina, se si è usato il permanganato, oppure avendo lavorato a temperature elevate (24°C)

Il fissaggio è del tutto inutile perché l’argento non esposto non esiste più, essendo stato riesposto e risviluppato.

Il metodo ghedina, basato sull’uso del bicromato di potassio conferisce alle diapositive un tono caldo, a causa della colorazione arancio che si somma al nero dell’argento.

E’ una caratteristica che non può essere eliminata se non con un bagno di intonazione supplementare. Il trattamento agfa scala originale prevedeva un bagno con soluzione di cloruro d’oro. Ovviamente il costo di un toner all’oro è elevato, ma è l’unico in grado di dare l’intonazione fredda (purché il bagno sia alcalino, altrimenti se fosse acido l’intonazione sarà rosata), inoltre il toner all’oro indebolisce il contrasto quindi conviene sottoesporre.

Sto sperimentando altri tipi di intonazione con bagni al selenio o con formule particolari a base di di citrato di ferro ammoniacale che intonano al blu e non abbassano il contrasto. Li descriverò più avanti.

Usando la sbianca al permanganato il tono generale è più freddo, ma occorre rivedere i tempi dello sviluppo e dello schiarimento: a parità di tempi adoperati con la sbianca al bicromato, il supporto risulta meno denso e lo schiarimento eccessivo; inoltre il permanganato con impurezze o disciolto in acqua comune lascia in soluzione minuscoli corpuscoli che poi si fisseranno sulla gelatina, rovinando lo scatto.

Apparentemente quindi il procedimento è semplice.

In realtà ogni pellicola è diversa, ed esistono pellicole inadatte all’inversione, specie quelle ad alta sensibilità con uno strato di emulsione più spesso, oppure quelle la cui colorazione del supporto renderebbe la diapositiva poco trasparente. Curioso notare alcune pellicole hanno il supporto diverso tra un formato e l’altro, ad esempio la HP5+ in formato 135 ha il supporto grigiastro, mentre nel formato 120 è perfettamente trasparente. Questo deve insegnare a non dare per scontato che la stessa pellicola su formati diversi richieda le stesse procedure operative. Il cardine di questo procedimento è la sperimentazione, in caso di pigrizia o indisponibilità degli ingredienti è bene rinunciare.

L’agitazione dei bagni deve essere vigorosa e costante, la temperatura possibilmente controllata e tenuta a 20°C, specie per lo schiarimento. Diversamente occorre annotare la temperatura e ripetere le prove con temperature diverse perché le tabelle di proporzionalità usate per lo sviluppo non funzionano.

Il concetto importante da capire è che l’esposizione della pellicola determina il contrasto, mentre lo schiarimento determina la densità.

Queste sono le uniche due variabili dell’intero processo, tutte le altre fasi sono condotte a completamento.

Sottoesponendo in ripresa solitamente si ottiene un maggior contrasto, schiarendo si ottiene la luminosità desiderata: è ovvio che lo schiarimento è diretta conseguenza dell’esposizione, ma può essere controllato anche per determinati scopi. Insomma, non è un parametro “automatico”

Una volta compreso questo concetto, tutto il resto diventa facile.

Dovendo sottoesporre per esigenze di maggior contrasto o di luce ambientale, il procedimento deve essere controllato a vista, non fidatevi di nessuna tabella.

Resta tuttavia difficile indovinare di quanto si debba aumentare il primo sviluppo, che dovrà essere determinato tramite prove.

Immediatamente dopo la sbianca si ispeziona la pellicola per controllare quanto schiarimento sia necessario, e poi si fa la stessa operazione con il secondo sviluppo, arrestando il procedimento, ispezionando ed eventualmente riprendendo sino all’annerimento voluto.

Vi ricordo che l’unica fase che deve avvenire in assenza di luce è il primo sviluppo.

Una raccomandazione importante: con questo procedimento si maneggeranno prodotti pericolosi, quindi bisogna operare con la massima cautela ed attivarsi per smaltire correttamente i prodotti esausti. Il bicromato di potassio è cancerogeno oltre che estremamente tossico. Non si può gettarlo negli scarichi perché contiene il pericoloso cromo esavalente. Se non potete fare diversamente occorre ridurlo a cromo trivalende acidificando le soluzioni esauste sino a quando diventano verdi.

Per quanto riguarda il metodo Ghedina vi illustrerò a breve le formule che da tempo sto sperimentando. Più avanti accennerò ad altri metodi diversi dal Ghedina, grazie alla collaborazione di amici che inviterò a partecipare.

Ho anche in mente di realizzare un breve video che illustri l’intero procedimento, perché so che osservare come si fa toglie i mille dubbi al principiante, che afferra immediatamente l’intero processo.

Il consiglio più importante che voglio dare è quello di non affidarsi a sviluppi già pronti.

Si legge infatti un pò dappertutto che sono consigliabili gli sviluppi pronti per la carta (Dokumol, Eukobrom, PQ universal ecc.ecc.) perché molto energici e quindi concettualmente adatti alla bisogna.

Tuttavia la composizione di questi sviluppi è un segreto industriale e non è possibile sapere quanto solvente ed antivelo contengono né di che tipo siano.

Inoltre essendo concentrati occorre diluirli, ma nessuno sa esattamente quanto, chi consiglia 1+4, chi consiglia 1+9….infine costano cari e durano poco una volta aperti.

Con una frazione di quel che si spende per comprare un litro di dokumol si possono comprare gli ingredienti per preparare diverse decine di litri di sviluppo secondo le formule che seguiranno, che derivano dall’esperienza di Oscar Ghedina, e che sono state integrate da preziose informazioni che ho reperito su testi fuori catalogo di molti anni fa.

Come sempre sostengo che affidarsi ai pareri dei vari guru sulla rete conduce spesso a perdere molto tempo. La sperimentazione va condotta in proprio assennatamente, è l’unico modo per impadronirsi di qualsiasi procedimento.

Tanto per fare un esempio, ho sprecato diversi litri di dokumol, ottenendo quasi sempre diapositive scure anche con schiarimenti estremamente prolungati, che poi dovevo sbiancare nel ferricianuro, prima di capire che è uno sviluppo assolutamente inadatto. Soltanto quando ho compreso che dovevo affidarmi al ricettario di Ghedina ho finalmente ottenuto risultati validi e ripetibili, ma la preparazione degli sviluppi non è banale ed occorre farlo secondo metodologie che spiegherò accuratamente, perché alcuni ingredienti non sono facilmente solubili e l’ordine di aggiunta è estremamente importante.

Come preparare le soluzioni.

Apparentemente la preparazione degli sviluppi e degli altri bagni è facile: si tratta di sciogliere in acqua determinate quantità di ingredienti in polvere o liquidi.

In realtà non è affatto così.

Una errata metodologia di lavoro comporta l’inefficacia del preparato e di conseguenza prove frustranti con materiale inidoneo.

Alcuni ingredienti sono parzialmente insolubili in acqua, altri si aggregano in una massa vetrosa, altri ancora sono reattivi e pericolosi.

Occorre conoscere bene gli ingredienti adoperati, le relative caratteristiche di solubilità e l’incompatibilità con altri ingredienti, che potrebbe dar luogo a reazioni pericolose.

Se buttate 3 grammi di metolo o di fenidone in acqua, si formerà un grumo che non riuscirere a sciogliere nemmeno sudando sette camicie. A quel punto la preparazione è compromessa perché la soluzione completa di un ingrediente in acqua è condizione indispensabile prima di passare all’ingrediente successivo della ricetta.

Gli ingredienti infatti vanno aggiunti all’acqua nell’esatto ordine in cui sono specificati, per evitare reazioni indesiderate che possano compromettere il preparato.

Il modo migliore per sciogliere alcuni ingredienti è quello di usare un piccolo mortaio di porcellana vetrificata di comune uso in laboratorio chimico, mettere all’interno l’ingrediente e macinarlo finemente aggiungendo lentamente acqua con una spruzzetta (o con un contagocce), fino ad ottenere una crema assolutamente senza grumi.

A questo punto la si può versare nel recipiente dove si fa la preparazione che è meglio sia di vetro, lavando poi il mortaio nel recipiente con la spruzzetta in modo da non perdere materiale già pesato. Io uso becker in vetro pirex da laboratorio ed un agitatore magnetico riscaldabile con ancorette magnetiche rivestite in teflon (detto stirrer), ma si può usare una bacchetta di vetro o di plastica. Evitare i recipienti e gli agitatori metallici, possono reagire rovinando le soluzioni.

Gli ingredienti che richiedono la macinatura per essere disciolti sono:

– metolo

– idrochinone

– fenidone

– sodio carbonato

– potassio bromuro

– potassio permanganato

Il carbonato di sodio va macinato in piccole dosi perché altrimenti quando è bagnato in grandi quantità forma masse vetrose poco solubili. Eventualmente suddividere la pesata in più parti.

Altri ingredienti quali:

– sodio solfito

– sodio tiosolfato (iposolfito)

– potassio bicromato

si sciolgono perfettamente in acqua senza bisogno di macinatura.

I cristalli di permanganato si devono sciogliere alla perfezione perché diversamente potrebbero lasciare depositi sulla gelatina, è bene quindi macinarli nel mortaio. Lavorando a temperatura ambiente l’agitazione deve essere prolungata e bisogna osservare attentamente il fondo per individuare cristalli non sciolti. E’ molto importante adoperare, esclusivamente per la soluzione del permanganato, l’acqua bidistillata, perché il permanganato ossida i residui organici presenti nell’acqua (anche la demineralizzata) formando sostanze che disturberanno la pulizia del procedimento di sbianca. Se ciò dovesse avvenire, non fidatevi della filtratura perché vi ritroverete minutissimi cristalli neri dispersi sull’emulsione. Potete filtrare solo se disponete di idonea attrezzatura da laboratorio (imbuti di buchner per la filtratura sottovuoto e filtri adeguati), altrimenti è meglio gettare la soluzione e rifarla con acqua bidistillata e permanganato privo di impurezze .

Per pulire le macchie di permanganato occorre una miscela di acqua ossigenata al 30-40% con acido solforico al 10%, normalmente però, se il permanganato è puro e viene usata acqua bidistillata, la soluzione non macchia i recipienti in plastica.

Si legge spesso che il permanganato indebolisce la gelatina, favorendo il distacco, con l’aggravante dell’obbligo d’uso di acqua bidistillata, che a sua volta favorisce il rigonfiamento ed il distacco della gelatina. In realtà il responsabile non è il permanganato, ma l’acido solforico, che tuttavia viene contrastato in questa azione dal bicromato di potassio. Questo è il motivo per cui la sbianca al bicromato non indebolisce la gelatina.

Per pesare gli ingredienti vanno benissimo le bilancine cinesi purché abbiano la divisione non minore di un decimo di grammo. Andrebbero verificate con pesetti tarati. Da evitare quelle con divisione 5/100g o meno perché tanto sono fasulle, in realtà hanno divisione un decimo e truccano l’indicazione del display con l’elettronica di bordo: per prova basta ripetere una pesata dieci volte per ottenere dieci risultati diversi.

Le bilance di precisione vere costano care (ad esempio per la mia mettler monopiatto del 1961, interamente meccanica, che misura il decimo di milligrammo con precisione e ripetibilità sorprendente, occorrono mediamente 300 euro, mentre una nuova, digitale ne costa più di duemila).

In realtà il decimo di grammo è ampiamente sufficiente, se non superfluo, basterebbe il grammo; solo per il fenidone occorre il mezzo grammo se si vuole preparare il POTA.

Per il dosaggio dei liquidi si possono usare siringhe, purché perfettamente pulite, ma non per l’acido solforico, che dissolve istantaneamente la gomma e blocca il pistone.

Per l’acido solforico occorre una pipetta in vetro, munita di pompetta in gomma (non vi venga in mente di aspirare con la bocca, altrimenti rischiate di finire al pronto soccorso).

L’acido solforico concentrato è estremamente pericoloso, dissolve istantaneamente carta e tessuti, brucia la pelle carbonizzandola e causa cecità immediata se schizza negli occhi.

Trattate la bottiglia di acido solforico come se fosse una bomba, perché lo è; inutile poi dire che occorre tenere tutto in armadi chiusi a chiave dove nessun’altro possa accedere.

L’ammoniaca concentrata al 30% è parimenti pericolosa forma vapori molto irritanti, quindi occorre cautela nel maneggiarla, anche essa va prelevata e misurata con pipette o siringhe.

Personalmente trovo abominevole l’abitudine conservare i prodotti in bottiglie dell’acqua minerale schiacciate per far uscire l’aria. Queste bottiglie sono sottili, tenendole in mano e premendole si può causare il trabocco del liquido. Io uso SOLO bottiglie in vetro scuro da un litro, che riempio con gas per accendini in modo da prevenire l’ossidazione prematura.

Fatte queste importanti premesse possiamo passare alle formule, che varieranno a seconda del tipo di pellicola e della esposizione adottata.

Formulazione dei bagni.

Le formule che sto per descrivere sono di uso generale, ossia possono essere usate per quasi tutte le pellicole.

Per quelle pellicole che non tollerano lo sviluppo solvente, o per quelle che hanno un’emulsione delicata, verranno indicate opportune varianti di volta in volta.

Primo sviluppo.

– Metolo: 4 g

– Sodio solfito anidro: 25 g

– Idrochinone: 2 g

– Ammoniaca 30%: 8.2 ml

– Bromuro di potassio: 1 g

– Acqua (normale) quanto basta a 1000 ml.

Usare inizialmente 800 ml di acqua e disciogliere gli ingredienti nell’ordine specificato, poi aggiungere altra acqua per arrivare a 1000 ml.

Al posto dell’ammoniaca si può usare idrossido di sodio (soda caustica), ma tende ad indebolire fortemente la gelatina, meglio quindi usare l’ammoniaca (soluzione di idrossido di ammonio).

Questo sviluppo si conserva bene in bottiglie scure espellendo l’aria con gas.

Sbianca al bicromato.

Soluzione 1: Bicromato di potassio 10 g/l in acqua normale.

Soluzione 2: Acido solforico concentrato al 96% 20 ml/l in acqua normale.

Per l’uso mescolare in parti uguali le due soluzioni, che separatamente si conservano stabilmente ed indefinitamente.

Sbianca al permanganato.

Soluzione 1: Permanganato di potassio 6 g/l in acqua bidistillata.

Soluzione 2: Acido solforico concentrato al 96% 20 ml/l in acqua bidistillata.

Per l’uso mescolare in parti uguali le due soluzioni, che separatamente si conservano stabilmente ed indefinitamente.

Schiarimento.

Soluzione 1: Tiosolfato di sodio cristalli 30 g/l in acqua normale.

Soluzione 2: Sodio solfito anidro 100 g/l in acqua normale.

Per l’uso mescolare in parti uguali le due soluzioni, che separatamente si conservano stabilmente ed indefinitamente.

Alcuni tipi di pellicole abbisognano di uno schiarimento meno energico, quindi la formula proposta può richiedere ulteriore diluizione.

Secondo sviluppo.

– Metolo: 1 g

– Idrochinone: 3 g

– Sodio solfito anidro: 25 g

– Sodio carbonato 25 g

– Bromuro di potassio: 1 g

– Acqua (normale) quanto basta a 1000 ml.

Usare inizialmente 800 ml di acqua e disciogliere gli ingredienti nell’ordine specificato, poi aggiungere altra acqua per arrivare a 1000 ml.

Anche questo sviluppo si conserva bene in bottiglie scure espellendo l’aria con gas.

Ove non specificato quando parlerò di bagni, si intendono quelli formulati con queste ricette, che sino ad ora, nelle mie sperimentazioni hanno dato ottimi risultati.

Come ho già scritto l’intonazione generale delle diapositive è calda che in linea di massima è dovuta all’azione colorante del bicromato di potassio (non per tutte le pellicole, per alcune l’intonazione è più fredda); è molto importante quindi un lavaggio di almeno 5 minuti dopo la sbianca, per eliminare il più possibile la colorazione gialla del bicromato.

Sempre in linea di massima adoperando la sbianca al permanganato l’intonazione è meno calda, ma richiede la termostatazione dei bagni intorno ai 18°C, altrimenti per certe pellicole l’emulsione verrà distrutta completamente.

Successivamente indicherò le ricette che sto sperimentando per cambiare l’intonazione della diapositiva; sto provando alcune ricette di ghedina ed i toner commerciali già pronti.

Il prossimo passo è indicare i tempi di lavorazione di questi bagni per i vari tipi di pellicola che ho sperimentato.

Si intende che la temperatura dei bagni sia tra i 18°C ed i 20°C: cercate di non lavorare con temperature superiori, perché rischiate che il processo vi sfugga di mano.

Prima di passare alle tabelle dei tempi, che in ogni caso devono essere considerate indicative, voglio dare anche qualche consiglio generale per orientarsi dopo le prime prove.

Una pellicola completamente trasparente già dopo la sbianca indica che non si può usare il solvente d’alogenuro nel primo sviluppo.
Una pellicola completamente trasparente dopo lo schiarimento indica che lo schiarimento è troppo energico e va ridotto, con maggiore diluizione o minore tempo, ma indica anche che occorre ridurre il solvente dell’alogenuro nel primo sviluppo.
Il giudizio sullo schiarimento basato sull’osservazione è difficile: in linea di massima, quando “sembra” di essere arrivati al punto giusto osservando le trasparenze, è bene procedere ancora un pò. Schiarimenti troppo brevi (nell’ordine di 15-20 secondi) sono ingestibili, in questo caso è meglio diluire e lavorare con tempi più lunghi.
Se trovate la gelatina spappolata occorre ridurre la temperatura di esercizio, oppure utilizzare la sbianca al bicromato invece di quella al permanganato.

Non aprite mai la tank dopo il primo sviluppo, altrimenti la sbianca cancellerà tutto l’argento della pellicola.
L’agitazione deve essere vigorosa e costante, lasciate perdere se non avete voglia di agitare costantemente.

Questi sono sostanzialmente i problemi più gravi, quelli che determinano l’immediato fallimento della prova. Per il resto è bene procedere per tentativi, in particolare lo schiarimento è bene che sia condotto a passi di un minuto alla volta, svuotando la tank ogni volta ed osservando l’andamento. L’illuminazione della pellicola durante l’ispezione non comporta nessun problema.

Una nota importante: non crediate di valutare una diapositiva tramite scansione. Non si può. Lo scanner altera i rapporti tra luci ed ombre e snatura molto la percezione della foto. Se non possedete un proiettore usate un piano luminoso ed un loupe 5x. Per questo motivo non metterò esempi scansionati, dovrei lavorare ore con photoshop per restituire alla scansione un aspetto somigliante alla visione proiettata, e la cosa non ha molto senso.

Inziamo allora con la regina delle pellicole invertibili.

Agfa Scala

Formato 135 (il formato 120 non si trova più da un pezzo)

Temperatura di riferimento: 18°C-20°C.

Agitazione continua e lenta.

Tonalità ottenuta: calda.

Indice di esposizione 200 ASA

– Primo sviluppo: 14′

– Breve lavaggio: 1′

– Arresto: 30″

– Sbianca al bicromato: 3′ (colore emulsione giallo zabaglione)

– Lavaggio : 5′

– Schiarimento: 45″

– Breve lavaggio: 1′

– Seconda esposizione (lampada da 250W, pellicola a bagno nella spirale): 8′

– Secondo sviluppo 8′

– Lavaggio: 10′

– Imbibente

Indice di esposizione 400 ASA

– Primo sviluppo: 15′

– Breve lavaggio: 1′

– Arresto: 30″

– Sbianca al bicromato: 3′ (colore emulsione giallo zabaglione)

– Lavaggio: 5′

– Schiarimento: 2′

– Breve lavaggio: 1′

– Seconda esposizione (lampada da 250W, pellicola a bagno nella spirale): 8′

– Secondo sviluppo 8′

– Lavaggio: 10′

– Imbibente

Ilford PanF 50

Formato 120

Temperatura di riferimento: 18°C-20°C.

Agitazione continua e lenta.

Tonalità ottenuta: moderatamente calda.

Indice di esposizione 50 ASA

– Primo sviluppo: 15′

– Breve lavaggio: 1′

– Arresto: 30″

– Sbianca al bicromato: 3′ (colore emulsione giallo chiaro)

– Lavaggio : 5′

– Schiarimento: 45″

– Breve lavaggio: 1′

– Seconda esposizione (lampada da 250W, pellicola a bagno nella spirale): 6′

– Secondo sviluppo 12′

– Lavaggio: 10′

– Imbibente

Rollei Ortho 25

Formato 135

Temperatura di riferimento: 18°C-20°C.

Agitazione continua e lenta.

Tonalità ottenuta: fredda.

Indice di esposizione 25 ASA

– Primo sviluppo: 15′

– Breve lavaggio: 1′

– Arresto: 30″

– Sbianca al bicromato: 4′ (colore emulsione grigio chiaro)

– Lavaggio : 5′

– Schiarimento: 9′

– Breve lavaggio: 1′

– Seconda esposizione (lampada da 250W, pellicola a bagno nella spirale): 6′

– Secondo sviluppo 7′

– Lavaggio: 10′

– Imbibente

Nota: questa pellicola non sopporta il primo sviluppo solvente, occorre ridurre la dose di sodio solfito a 5g/litro

L’alta risolvenza e l’ortocromaticità di questa pellicola permettono risultati strabilianti.

Maco TP 64C

Formato 135

Temperatura di riferimento: 18°C-20°C.

Agitazione continua e lenta.

Tonalità ottenuta: neutra.

Indice di esposizione 64 ASA

– Primo sviluppo: 13′

– Breve lavaggio: 1′

– Arresto: 30″

– Sbianca al bicromato: 4′ (colore emulsione grigio chiaro)

– Lavaggio : 5′

– Schiarimento: 1’45”

– Breve lavaggio: 1′

– Seconda esposizione (lampada da 250W, pellicola a bagno nella spirale): 6′

– Secondo sviluppo 12′

– Lavaggio: 10′

– Imbibente

Questa pellicola è fuori produzione.

Peccato, raramente ho visto diapositive così entusiasmanti.

2 pensieri su “Diapositive in bianco e nero.

  1. Matteo

    Nessuno ha ancora commentato questo articolo?!
    Bhe lo faccio io.
    Che dire, grazie per aver dedicato del tempo a questa guida.
    La sperimentazione è importante ma avere delle basi da cui partire fa comodo, e chissà che anch’io non mi metta presto a fare esperimenti con le inversioni! 🙂

    Rispondi
  2. Nicola

    Intanto buonasera.
    Sono del parere che trovare delle letture on-line non sia del tutto scontato, soprattutto se, come in questo caso, chiare ed esaustive, evidentemente provenienti da chi ha padronanza dell’argomento. Lo reputo un bel regalo, grazie. A presto

    Rispondi

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