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Giocare con la Diana F+

Cari amici di Analogica.it, eccomi qui a parlarvi di una delle regine del low-fi: la Diana F+.

Qualche tempo fa, quando ancora c’era il sole e faceva molto caldo, a causa di alcune letture, ho deciso di prendermi la Diana F+. Avendo già la Holga 120, non mi era mai venuto il pensiero di comprare anche la Diana F+. Tuttavia la curiosità ha avuto la meglio, soprattutto dopo aver guardato e ammirato attentamente alcune fotografie uscite fuori proprio da quelle lenti di plastica. E allora mi sono detta: diamo una possibilità alla Diana!

Ora, come immagino voi saprete, la Diana è considerata una delle toycamera per eccellenza, insieme alla mia amata Holga. Le caratteristiche principali, infatti, sono le lenti in plastica, l’aberrazione cromatica e lenticolare, la vignettatura e altri tipici “difetti”, come i lighleaks, cioè le infiltrazioni di luce. A differenza della Holga, però, la Diana F+ (sottolineo che sto parlando della versione della Lomography e non della Diana originale degli anni ’60) ha qualcosina in più. Per esempio? I diaframmi. Sono previsti: soleggiato (f/22) parzialmente nuvoloso (f/16 o f/11?, non ho mica capito) nuvoloso (f/8) e pinhole (f/150), aperture che cambiano a seconda della lente che ci si mette davanti. Infatti, la lente in dotazione è una 75mm (lente “normale” per il medio formato, cioè corrisponde alla visuale dell’occhio), ma si possono usare anche altre lenti come il fisheye, il tele, le macro, le wide, ecc.

La funzione pinhole è a mio parere un’aggiunta molto interessante, che rende la Diana F+ un’ottima compagna di avventure. Basta selezionare su pinhole, togliere la lente e mettere la posa B. Come vi avevo già detto, l’apertura dell’otturatore viene calcolata in base alla sensibilità della pellicola e alle condizioni di luce. Inoltre, in dotazione c’è un piccolo aggeggio in plastica a forma di “Z” legato alla macchina con un cordoncino (si vede nell’immagine sopra), che serve proprio a bloccare l’otturatore per lasciarlo aperto tutto il tempo necessario.

Per il resto, queste sono le altre caratteristiche tecniche:

  • messa a fuoco: 1-2 mt, 2-4 mt, 4 mt-infinito
  • velocità otturatore: posa N (1/60) e posa B
  • foro per treppiede
  • foro per cavo di scatto remoto
  • mascherine interne per 12 scatti (5,2×5,2), per 16 scatti (4,2×4,2) o per 16 scatti in modalità “endless panorama”

Il flash, invece, è un discorso a parte. Al posto del classico attacco “hot-shoe“, la Diana ha una specie di “presa della corrente” in cui infilare il suo Flash a spinotto. Se volete invece utilizzare un flash diverso, che magari già possedete, dovete procurarvi questo adattattore hot-shoe.

Devo dire che questo Flash mi è sempre piaciuto, soprattutto per le gelatine colorate da mettere davanti la lampada. Lo presi quasi due anni fa, dopo aver ricevuto in regalo la Diana Mini. Lo uso tutt’ora anche con le altre mie fotocamere, grazie all’adattatore per renderlo un normale flash con attacco hot-shoe:

Appena mi è arrivata la Diana, l’ho subito messa alla prova con una pellicola redscale che purtroppo si è rivelata un disastro. Quindi, ho resettato tutto e quando sono andata a Milano, me la sono portata dietro con una Lomography CN 100, una normalissima pellicola negativa a colori.

Ecco le foto:

© biondapiccola

© biondapiccola

© biondapiccola

© biondapiccola

© biondapiccola

© biondapiccola

© biondapiccola

Quando ho visto queste foto, ho subito pensato che il risultato è abbastanza simile a quello che si può ottenere con una Holga 120. Non che mi aspettassi qualcosa di così diverso, ovviamente. Dopo averla provata, però, posso dire che la Diana è un’ottima toycamera e capisco perfettamente chi è un “Diana-addicted“, specialmente se si considerano tutti gli accessori con i quali divertirsi, come le lenti, il dorso per sprocket holes, lo splitzer, e così via. Io penso di essere una “Holga-addicted“, ma non per questo lascerò che la mia Diana prenda polvere sulla mensola!

Silvia – Holga my dear

Holga

Pubblico una interessante recensione sulla Holga, scritta sul forum dall’amica “holgamydear“.

(Leggi tutta la discussione sul forum …)

 

Vorrei parlarvi di una delle mie macchine preferite in assoluto, la Holga.

La Holga è una macchina economica medio formato (120) progettata e prodotta in Cina dal 1982. Essendo costruita interamente con materiali poco costosi, la Holga era destinata alla classe operaia cinese. L’origine del nome Holga deriva dall’espressione ho gwong, che significa molto luminoso.

Il successo della macchina fu tanto inaspettato e improvviso che si pensò di progettare anche la Holga per il piccolo formato (135) da vendere all’estero. Il nome Holga fece così il giro del mondo, tanto da far diventare la macchina un vero e proprio oggetto di culto. Anche la Lomography Society si è resa conto della straordinarietà della macchina, tanto da contendersi, insieme alla Diana, lo scettro di regina della lomografia.

 

Vediamo meglio quali sono le caratteristiche della macchina, prendendo come riferimento il modello base (Holga N, ovvero il modello aggiornato della prima, la Holga S):

  • obiettivo: lente a menisco 60mm
  • fuoco: 1 m – infinito
  • diaframma: soleggiato (f/11); nuvoloso (f/8)
  • velocità otturatore: 1/125; posa B

Oltre alle caratteristiche tecniche, la Holga vanta alcune peculiarità che l’hanno resa così famosa nel mondo, come la vignettatura, i frequenti light leaks e le abberrazioni cromatiche e lenticolari. Mescolando imprevedibilmente tutti questi difetti tipici di una toycamera, ne fa il suo punto di forza, trasformando ogni foto in qualcosa di assolutamente irripetibile. E’ questo che rende la Holga così famosa nel mondo del lo-fi.

Della Holga esistono diversi modelli:

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